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Il Popolo d'Italia

Fondato nel 1914 da Benito Mussolini

L’Agro Pontino e l’antifascismo

DiDirezione

Giu 3, 2024

Ed ecco un altro mistificatore infarcito di qualche nozione presa qua e là che si mette a fare il professore da social e che, con piglio duro e severo, redarguisce gli altri dicendo loro di studiare.

In realtà c’e’ solo tanta ignoranza al cui cospetto, un quadrupede con corna e barbetta, risulterebbe un encomiabile e distinto rettore universitario.

Ma anche verso costoro bisogna fare opere di carità. Per cui, all’egocentrico saccente, gli si regalerà una piccola perla di conoscenza storica svelando la realtà dei fatti sulle bonifiche dell’Agro Pontino, anche se si sa già che sarà come dare le perle ai porci.

Occorre, però, ammettere che grazie alla presenza di gente come costui si ha la possibilità di dire ad altri quello che lui, nella sua arrogante supponenza tipica del peggiore barbaro, professa mentendo.

Il tentativo di bonificare l’Agro Pontino risale a molto prima rispetto alla data ignorantemente indicata.

Difatti, i primi progetti di bonifica risalgono a dopo il 1871, ovvero successivamente all’Unità d’Italia.

Quei progetti rimasero solo sulla carta e nulla venne compiuto per bonificare quella vasta area malsana e paludosa.

Nel 1899 si riprese in considerazione la bonifica che però, ancora una volta, non ebbe seguito.

Il governo di allora ci riprovò più tardi, nel 1919, ma non riuscì a convecere i latifondisti che non vedevano la positività di quel progetto contro il quale si opposero con ogni mezzo.

Solo nel 1926, dopo che il fascismo andò al potere, i latifondisti vennero “persuasi” a non ostacolare i lavori, pena l’appropriazione da parte dello Stato di quei terreni.

Ammansiti gli ottusi latifondisti, la bonifica ebbe inizio.

I primi lavori vennero eseguiti nel 1928 sotto il pieno regime fascista e terminarono nel 1933 consegnando 18.440 ettari ai coloni che lavorarono in quelle terre per bonificarle e che di quelle terre divennero i legittimi proprietari.

Fu un’opera ciclopica e imponente di cui il fascismo andò fiero, ed a ragione, perchè si unirono tecniche idrogeogiche all’avanguardia per quel tempo – come il sollevamento delle acque dato da numerosi impianti idrovori che spingvano le acque paludose verso il mare – all’ampiamento delle linee elettriche – che serivivano appunto agli impianti di drenaggio.

Ai nuovi coloni venne dato un terreno coltivabile, una casa nuova con annessa stalla, alcuni animali da lavoro e tutti gli attrezzi necessari affinchè potessero svolgere il loro lavoro su quelle terre rendendole fertili e produttive.

Ebbero il diritto ad una parte del raccolto e/o ad una paga in denaro, ma contraevano un debito chiamato “debito colonico” di valore pari ai beni ricevuti, che doveva essere progressivamente estinto attraverso la cessione di produzione agricola allo stato.

All’estinzione del debito corrispondeva il riscatto di casa e terreno.

Durante la bonifica vennero costruiti numerosi borghi come Borgo Podgora, Borgo Isonzo, Borgo Piave e Borgo Carso, le cui fondamenta vennero poste nel 1931.

I nomi dei borghi non vennero dati a caso ma seguirono un preciso obiettivo, ovvero sia quello di dare ai lavoratori il minor senso del distacco dalle loro terre, sia di ricordare i luoghi di battaglia della Prima Guerra Mondiale.

Difatti, coloro che bonificarono quelle terre, furono per lo più veneti.

Successivamente alla bonifica furono loro i primi ad avere il diritto di colonizzare le terre che avevano bonificato.

Oltre ai borghi citati vennero costruiti altri insediamenti, tutt’oggi presenti come Sessano, Passo Genovese, Casale dei Pini, Villaggio Capograssa, Conca, Antonini, La Botte, Piano Rosso, Foro Appio.

Ma l’epocale lavoro del fascismo non si limitò alla bonifica di quelle paludi e alla creazione di qualche borgo.

Su quelle terre ormai ripulite e risanate vennero costruite cittadine come Littoria (oggi Latina), Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia.

Per tutelare gli ultimi lembi di Habita venne istituito il “Parco nazionale del Circeo” nel comprensorio residuo della foresta demaniale di Terracina.

Poi arrivarono i rimescolatori della storia, gli antifascisti, con la loro barbara usanza basata distruttiva compiuta più totale ignoranza, sull’indottrinamento ottuso e sulla quella pezzenteria ideologica nella quale hanno sempre vissuto come parassiti, privi delle più elementari conoscenze storiche.

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