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LA STRAGE DI ACCA LARENTIA

DiDirezione

Gen 9, 2024

7 gennaio 1978

In via Acca Latentia 5 militanti del MSI stanno per uscire dalla sede del Movimento Sociale Italiano. Hanno in mano alcuni volantini con i quali si stanno apprestando a pubblicizzare un incontro musicale con il gruppo “musica alternativa di destra Amici del Vento”.

Appena fuori dalla sede i 5 militanti vengono investiti da diversi colpi di armi automatiche sparati da un “gruppo di fuoco” formato da 5-6 persone. Franco Bigonzetti, ventenne, iscritto al primo anno della facoltà di medicina e chirurgia, rimane ucciso sul colpo.

Vincenzo Segneri, (ferito ad un braccio) Maurizio Lupini, Giuseppe D’Audino ed altri due camerati rimasti illesi cercano riparo tornando di corsa verso la sede del movimento. Francesco Ciavatta, diciottenne, rimasto anche lui ferito, tenta di fuggire lungo la scalinata situata a lato dell’ingresso della sezione ma viene inseguito dagli aggressori che lo colpiscono di nuovo alla schiena. Morirà in ambulanza durante il trasporto in ospedale.

Ma nella famiglia Ciavatta la tragedia non è ancora terminata. A distanza di alcuni mesi il padre di Francesco, disperato per la morte del figlio, si ucciderà bevendo una bottiglia di acido muriatico.

La notizia del criminale attentato, in poco tempo, si espande e raccoglie un folto gruppo di militanti che organizza immediatamente un sit-in sul luogo della tragedia.

Arrivano anche le televioni e i giornalisti. Uno di costoro, un giornalista della Rai, poco accorto o come gesto provocatorio, butta la sua sigaretta a terra nel sangue rappreso ancora presente sull’asfalto. La misura è colma. Iniziano violenti tafferugli, vengono distrutte diverse apparecchiature video dei giornalisti e le forze dell’Ordine iniziano le cariche ed i lanci di lacrimogeni. Uno di questi colpisce Gianfranco Fini.

Ma quel maledetto giorno deve ancora finire, il tributo di sangue non è ancora terminato. Durante gli scontri viene colpito Stefano Recchioni, militante della sezione di Colle Oppio e chitarrista del gruppo di musica alternativa Janus. Morirà dopo due giorni di agonia.

Le dinamiche e le responsabilità per la sua morte resteranno irrisolte. Viene indiziato un capitano dei carabinieri, Eduardo Sivori, del quale si dice che avrebbe mirato per sparare ad altezza uomo ma l’arma si sarebbe inceppata.

A quel punto si sarebbe fatto consegnare l’arma di un suo attendente ed avrebbe esploso alcuni colpi di pistola dopo aver mirato ancora per uccidere. Uno di quei colpi avrebbe colpito il Recchioni in piena fronte. In seguito diversi camerati di partito decidono di raccogliere le firme per denunciare l’ufficiale dell’Arma ma ricevono il rifiuto di quelle della dirigenza del MSI che preferisce non alterare i buoni rapporti che ha con le Forze dell’Ordine.

Un gesto pavido e vigliacco che infangherà l’onore ed il rispetto per la morte di quel camerata, una mancanza di coraggio da parte di chi avrebbe dovuto fare di tutto per scoprire la verità e chiedere la punizione del presunto colpevole. L’ufficiale comunque viene ugualmente indagato grazie alla denuncia di Francesca Mambro.

Diversi anni dopo Sivori verrà scagionato dai risultati di una perizia balistica e solo a totale proscioglimento da tutte le accuse l’ufficiale dirà che il colpo fu sparato dai brigatisti nascosti tra la folla. Tornando ai fatti, il raid viene rivendicato con una cassetta audio in cui una voce contraffatta dichiara che l’azione è stata compiuta dai “Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale”. Quella stessa voce registra anche un comunicato: «Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga. Da troppo tempo lo squadrismo insanguina le strade d’Italia coperto dalla magistratura e dai partiti dell’accordo a sei. Questa connivenza garantisce i fascisti dalle carceri borghesi, ma non dalla giustizia proletaria, che non darà mai tregua. Abbiamo colpito duro e non certo a caso, le carogne nere sono picchiatori ben conosciuti e addestrati all’uso delle armi.» (Rivendicazione della strage di Acca Larenzia a nome dei “Nuclei Armati di Contropotere territoriale”)

L’apoteosi del delirio è tangibile tra le righe insensate del comunicato ed è inconfutabile la volontà premeditata di uccidere senza alcun rispensamento.

Le indagini portano ad individuare 5 possibili assassini facenti capo a Lotta Continua: Mario Scrocca, Fulvio Turrini, Cesare Cavallari, Francesco de Martiis e Daniela Dolce. I primi 4 vengono arrestati mentre la Dolce si dà alla fuga scappando in Nicaragua.

Dopo pochi giorni, alla fine degli interrogatori da parte dei giudici, Scrocca si toglierà la vita in cella. Una delle armi utilizzate nell’agguato di Acca Larentia, una mitraglietta skorpion, verrà ritrovata in un covo delle Birgate Rosse a Milano. Si scoprirà che la stessa arma è stata usata per altre tre omicidi compiuti dalle BR.

L’evento di Acca Larentia modificherà completamente lo scenario politico di quel tempo. La violenza e l’odio con il quale era stato perpetrato quell’agguato infame e vigliacco porterà diversi militanti di estrema destra ad abbracciare la lotta armata, fra loro ci sarà anche Francesca Mambro.

Le parole che la militante armata userà per parlare di quel tragico avvenimento sono coinvolgenti, piene di angoscia e rabbia, pregne di impotenza del momento ma anche cariche di odio verso gli assalitori e delle organizzazioni simili a quella a cui i 5 assassini appartengono:

«Eravamo pochi, ci conoscevamo più o meno tutti. Con Francesco Ciavatta, poi, avevamo militato insieme nel circolo di via Noto. La reazione immediata, mia e di tanti, fu la paralisi, come quando ti muore un parente. Ci guardavamo in faccia senza capire e senza sapere che fare, mentre dalle varie sezioni della città affluivano gli altri. Il Movimento sociale italiano non ebbe alcuna reazione nei confronti dei carabinieri, probabilmente per difendere interessi e posizioni che non avevano nulla a che fare con la nostra militanza. Noi ragazzini venivamo usati per il servizio d’ordine ai comizi di Almirante, quando serviva gente pronta a prendere botte e a ridarle, ma in quell’occasione dimostrarono che se per difenderci bisognava prendere posizioni scomode, come denunciare i carabinieri e il loro comportamento, allora non valeva la pena. Per la prima volta i fascisti si ribellarono alle forze dell’ordine. Acca Larenzia segnò la rottura definitiva di molti di noi con il Msi. Quell’atteggiamento tiepido e imbarazzato nei confronti di chi aveva ucciso Stefano (Recchioni, ndr) significava che erano disposti a sacrificarci pur di non mettersi contro le forze dell’ordine. Non poteva più essere casa nostra. Per la prima volta e per tre giorni i fascisti spareranno contro la polizia. E questo segnò un punto di non ritorno. Anche in seguito, per noi che non eravamo assolutamente quelli che volevano cambiare il Palazzo, rapinare le armi ai poliziotti o ai carabinieri avrà un grande significato. Che lo facessero altre organizzazioni era normale, il fatto che lo facessero i fascisti cambiava le cose di molto, perché i fascisti fino ad allora erano considerati il braccio armato del potere.»

Fu un periodo terribile, tragico, cruento. La follia feroce della sinistra aveva deciso di usare l’assassinio vigliaccio come metodo di prevaricazione politica, pensando così di avere la meglio sulle strade, nelle piazze, nella società.

Fecero male i loro conti. I fascisti, che fino a quel momento si erano limitati agli scontri di piazza durante i cortei, le manifestazioni ed i comizi, ricambiando così gli attacchi che ricevevano, decisero di prendere le armi. Iniziò così una lunga scia di sangue da ambo le parti, coinvolgendo anche poliziotti, magistrati e gente comune che si era trovata nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

Acca Larentia segna lo spartiacque definitivo, profondo,marmoreo, indissolubile tra estrema sinistra ed estrema destra, uno spartiacque che ancora oggi è presente, anche se dormiente.

Ma segna anche il distacco completo da Movimento Sociale Italiano che da quel momento comincerà a perdere pezzi fino all’avvento di Ginafranco Fini, che distruggera dalle fondamenta l’intera organizzazione politica.

Oggi lo scenario è tutt’altro, è internaizonale, economico, finanziario. Le ideologie sono passate in second’ordine, anzi, forse sono state del tutto archiviate. Lo dimostrano i parlamentari e senatori di destra che, nel ’78 militavano nel MSI, che stavano affianco ai camerati da camerati, e con loro dividevano le battute, le risate, i saluti romani, la politica fascista e pure le botte e le sprangate.

I morti di Acca Larentia oggi hanno un valore aggiunto rispetto al tempo in cui vennero uccisi, sono l’espressione della politica ideologica, degli ideali puri, sinceri, sentiti che oggi non esistono più, non almeno nella politica pubblica.

Sono il simbolo di qualcosa che ormai è inesistente, ma che essi hanno reso immortale con la loro tragica fine.

Sono eroi e allo stesso tempo, vittime, perchè con il loro sangue hanno segnato uno dei momenti più tragici della storia della nostra nazione, ma hanno anche segnato un distacco netto tra chi ha sempre creduto in quegli ideali e chi li ha usati per arrivare sulle poltrone del potere di Stato, dimenticando le proprie origini politiche e disconoscendo troppo spesso uomini e avvenimenti.

Acca Larentia va ricordata in perpetuo per i valori che ancora oggi, per molti camerati, rappresenta e che rappresenterà nei decenni a venire.

Onore ai caduti di Acca Larentia

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